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Pregiudizio e vergogna

Pregiudizio e vergogna

Se il giudizio condiziona pesantemente il nostro comportamento, il pregiudizio lo fa in misura ancora maggiore. Può essere definito come un giudizio anticipato, un giudizio “a priori” che non richiede analisi né approfondimenti e che da un senso immediato di sicurezza perché rende più semplici realtà complesse e poco conosciute. Il pregiudizio consente di economizzare il pensiero, di muoversi con più disinvoltura all’interno della grande quantità di stimoli e novità provenienti dall’ambiente esterno. Proprio perché rifiuta qualsiasi valutazione ragionata, il pregiudizio può far assumere atteggiamenti superficiali, distorti e ingiusti soprattutto nell’ambito dei rapporti sociali, dove sono più sofferte le conseguenze di opinioni affrettate e “di comodo”.

Ciò che pensiamo della mente e del suo funzionamento ci tocca molto da vicino perché investe il senso della nostra identità, ossia di ciò che noi siamo: ecco che in presenza di un disagio mentale il pregiudizio si accentua. Se teniamo presente che le conoscenze scientifiche sul disagio psichico non sono sempre esaurienti, possiamo comprendere quanto facilmente il pregiudizio vada a riempire quelle incertezze e a difendere la nostra stessa identità. Allo stesso tempo, però, esso si ripercuote sulla persona sofferente. Si stima, infatti, che soltanto una parte delle persone affette da ansia e/o depressione consulti gli esperti di competenza, cioè lo psichiatra e lo psicologo.

Evidentemente il sentimento di vergogna, e quindi la paura del giudizio ad esso associata, è tanto forte da ostacolare l’acquisizione di informazioni sia presso amici e familiari, sia presso il medico di base.

Un primo pregiudizio radicato nella popolazione riguarda la presunta pericolosità del malato mentale. Sicuramente esistono casi di sofferenza mentale accompagnata da atteggiamenti aggressivi e violenti, ma è anche vero che dietro tali atteggiamenti si celano il disorientamento e la paura di essere emarginato del malato stesso. Non dimentichiamo che chi soffre di disturbi mentali ci appare più minaccioso del normale proprio perché non comprendiamo ciò che la sua sofferenza vuole comunicare. Un altro pregiudizio diffuso è quello dell’organicità della malattia mentale: si preferisce pensare che tale patologia dipenda esclusivamente da lesioni o alterazioni cerebrali. Per superarlo occorre comprendere che la vita psichica, oltre che il riflesso del funzionamento di organi e tessuti del corpo, è lo specchio della storia dell’individuo, delle sue esperienze, dell’educazione ricevuta e delle interazioni vissute con l’esterno. C’è, poi, il pregiudizio di incurabilità, ossia la convinzione che la sofferenza mentale sia un luogo di “non ritorno”, uno stato di malattia irrecuperabile. Se non è il pregiudizio più diffuso è senz’altro quello più dannoso, perché non favorisce la speranza nel miglioramento e la fiducia nel percorso terapeutico. È alimentato dal fatto che, spesso, chi si trova a contatto con un malato mentale avverte un senso di impotenza che si tramuta progressivamente in rassegnazione: quella di chi non sa come aiutare ed è costretto ad assistere a drammatiche esasperazioni dei sintomi.

Lo stigma, il "marchio" imposto nasce dall'insicurezza e dalla non conoscenza, che portano la gente a voler escludere chi soffre di un disturbo mentale dai propri pensieri e dalla propria vita per paura di esserne in qualche modo contagiati o coinvolti. E l'atteggiamento verso chi soffre riflette in qualche modo il timore di non saper affrontare manifestazioni incomprensibili e a volte intollerabili sia a livello sociale, sul lavoro o tra gli amici, sia nell’ambito familiare dove spesso i congiunti si sentono disarmati di fronte a qualcosa che ha trasformato la persona cara in "altro" da ciò che era.

Come uscire allora da questa spirale dolorosa? Come si può aiutare ciascun individuo a convivere con dignità con la sua malattia, a non perdere il rispetto di sé, guadagnando invece il proprio posto nella società senza sentirsi escluso e senza auto-emarginarsi?

Si è già detto che quando c’è una sofferenza mentale il pregiudizio si accentua perché si tratta di una realtà scomoda, che spaventa in quanto non la si conosce, e che imbarazza perché espone alla curiosità indiscreta e pettegola di tante persone. Per vincere i limiti di questo pensiero misero e ghettizzante bisogna avere il coraggio di capire, e per capire bisogna guardare dentro le cose, dentro il dolore e dentro le esperienze di chi quel dolore lo subisce. Credere alla sofferenza di una persona e aprirsi alla relazione con essa è il primo passo per vincere la paura dello stigma e, attraverso l’ascolto, aiutare a trovare le strategie più efficaci per dare un senso accettabile e “normale” al dolore stesso. La comunità va quindi educata all’accoglienza del dolore psichico, a leggere in esso un grido d’aiuto del paziente: non ascoltare tale messaggio significa abbandonare il paziente alla sua malattia e trasformare quest’ultima in un tabù sociale di proporzioni sempre più ampie. Al contrario, accostarsi alla malattia mentale per conoscerla nei suoi significati e comprenderne l’origine, consente di integrarla nel vissuto sociale, come una delle tante realtà di cui l’uomo può fare esperienza, facendo in modo che il paziente si senta accettato,considerato per quella parte di sé che continua ad essere normale, e i suoi familiari incoraggiati nel sostenerlo.

Siamo dell’avviso che per promuovere una autentica ed efficace dimensione politica preventiva nell’ambito della salute mentale sia senz’altro necessario realizzare dei Servizi Innovativi, facilmente accessibili, poco burocratizzati, dove l’accoglienza, il calore umano, la lotta allo stigma (vergogna) e l’educazione sociale-sanitaria (formazione) siano i principali fattori motivanti: in questo senso, Psiche 2000 è sempre stata in prima linea.

 

Dott.ssa Catia Pegoraro - Psicologa

 

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M. Barbieri – Fondatore Psiche 2000

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